Intervista a Stefano Maffulli, coordinatore nazionale di Free Software Foundation Europe

16 Maggio 2007 di info

La redazione di JOB intervista Stefano Maffulli, il coordinatore nazionale della Free Software Foundation Europe. La FSFE è la “derivazione” continentale della famosissima fondazione statunitense, creata nel 1985 da Richard Stallman, a tutt’oggi uno dei soggetti più importanti nell’ambito della promozione, della diffusione e della difesa delle scelte strategiche (ed anche degli afflati ideali) del mondo del software libero. Chiediamo a Maffulli di presentare l’Associazione e di descrivere, in particolare, le attività della neonata “Freedom Task Force”, che raccoglie avvocati ed esperti legali sulle tematiche del FS. La discussione si trasferisce poi sul processo di revisione della GNU General Public License, che giungerà a compimento quest’estate. Infine Maffulli esprime il suo ottimismo sul rapporto sempre più stretto fra il mondo del software libero ed il business che su di esso si può costruire.

La registrazione dell’intervista è disponibile anche in podcast (sia in formato Mp3 che in Mp4-AAC che, da questa puntata, in Ogg-Vorbis); per iscriversi al servizio, andare alla relativa pagina del nostro sito.


JOB: Che cos’è la Free Software Foundation e di che cosa si occupa?
Stefano Maffulli: La Free Software Foundation Europe è un’organizzazione europea che porta idealmente l’eredità della FSF statunitense nel nostro Continente ed ha l’obiettivo di diffondere la conoscenza del software libero – quel software che si può usare, modificare, studiare e redistribuire senza limitazione – in maniera specifica sul territorio europeo. L’esigenza di questa Fondazione continentale si è sentita fin dagli inizi del 2000, quando il software libero ha cominciato a divenire un fenomeno globale e non più soltanto nordamericano. FSF Europe è formalmente separata dalla fondazione statunitense, ed ha appunto sede nel Vecchio Continente, con varie diramazioni all’interno dei singoli Paesi. Ci siamo occupati nel passato e continuiamo ad occuparci delle questioni che riguardano specificamente l’Europa: la più recente è la cosiddetta “Intellectual Property Rights Enforcement Directive” (IPRED 2), che è stata approvata poco tempo fa: essa ha incorporato degli importanti emendamenti alla cui redazione (e alla presentazione degli stessi ai membri del Parlamento Europeo) abbiamo contribuito fattivamente. In passato, sempre a livello dell’Europarlamento, ci siamo occupati di far sentire le nostre ragioni per cercare di impedire l’approvazione della direttiva che avrebbe dato il via alla brevettabilità del software all’interno dell’Unione.
JOB: In che cosa consiste la recente iniziativa diretta a valorizzare le competenze degli avvocati esperti di licenze software?
S. M.: Quest’iniziativa, che è stata denominata “Freedom Task Force”, fa parte di alcune nuove attività di FSFE: FTF è una divisione della Free Software Foundation, uno strumento che abbiamo attivato per aiutare il pubblico a comprendere le licenze relative al software libero. Negli anni, abbiamo chiaramente sentito la necessità di spiegare meglio a chi sviluppa il software – sia ai singoli programmatori che più in particolare alle aziende – l’importanza della manutenibilità legale dello stesso. Al di là, quindi, degli inevitabili aspetti tecnici e tecnologici (come possono essere le esortazioni a scrivere codice ben documentato, modulare ed estendibile o ad usare strumenti di collaborazione e di gestione dei file sorgente), esiste una questione almeno altrettanto importante, che è quella relativa all’assegnazione del copyright e alla scelta di una licenza. Questa, auspicabilmente, non dovrebbe essere una licenza scritta ad hoc, cosa che espone al rischio di rimanere senza alcun futuro supporto legale da parte di esperti ed avvocati. Per questo motivo abbiamo dato vita alla Freedom Task Force, che ha come scopo principale, appunto, quello di informare e di affiancare aziende e singoli sviluppatori nella gestione legale dei propri progetti.

JOB: Sappiamo che dall’inizio dell’anno scorso state discutendo i vari aspetti della nuova GNU General Public License: come proseguono i lavori ed in cosa consiste la revisione che è in corso?
S. M.: GPL 3 è un’iniziativa che è stata avviata da Free Software Foundation nel gennaio del 2006 ed ha l’obiettivo di “proiettare” nel futuro la versione attuale della licenza GNU, la famosa v2. La GPL 2 ha funzionato, in maniera anche piuttosto efficace, per più di 15 anni, dal momento in cui è entrata in attività. In tutto questo tempo si è vista una grande evoluzione nel mondo dell’informatica: innanzitutto tecnica, con l’introduzione di nuovi strumenti di compilazione, delle librerie dinamiche, dei linguaggi interpretati etc. Tutti questi fattori non esistevano quando sono state scritte le prime versioni della licenza, e sarebbero stati difficilmente prevedibili. Parte della GPL attuale, perciò, lascia spazio a troppe interpretazioni. Oltre all’aspetto tecnologico, poi, si sono verificate delle grosse evoluzioni anche nell’ambito legale, ovvero in tutto quell’apparato giurisprudenziale che negli anni ‘80 non esisteva, a cominciare dalla brevettabilità del software e dei metodi matematici. Tutti questi aspetti, come di diceva, non potevano essere considerati dalla GPL, se non in prospettiva: ed infatti, i tentativi di arginare l’avanzata di questi nuovi meccanismi legali non ha avuto un impatto sufficiente. L’ultimo campo su cui si è vista una grande evoluzione sta a cavallo fra gli aspetti tecnici e quelli giurisprudenziali, ed è quello del cosiddetto DRM, il “treacherous computing” (che altri chiamano “trusted computing”). Accade, cioè, che vengano commercializzati negli ultimi anni dei dispositivi che utilizzano software libero per funzionare, ma che impediscono – attraverso modifiche hardware – le modifiche al software. Questo software che viene utilizzato, quindi, e che è di fatto incapsulato in questi apparati (dai telefoni, ai lettori audio o video), viene distribuito rispettando formalmente la licenza, ma svalutandone di fatto l’efficacia: un’eventuale modifica al software, infatti, porta all’inutilizzabilità dell’hardware. Per porre un freno a questi comportamenti e per obbligare al rispetto, non solo formale, della licenza (in ossequio ai dettami della FSF, ma soprattutto per rispetto nei confronti di chiunque abbia rilasciato del software sotto la GPL), si è pensato di rinnovare la licenza, prima di tutto nel linguaggio.

Se, quindi, l’intenzione di partenza era quella di aggiornarsi e di portarsi al passo con i tempi (rispetto alle questioni sollevate da queste nuove tematiche), il processo di redazione e di revisione del testo della licenza ha dovuto essere, parimenti, altrettanto innovativo, e per molti versi anche di più. Mentre le prime versioni della licenza, le GPL 1 e 2, sono state scritte sostanzialmente da Richard Stallman e solo dopo presentate al pubblico per una brevissima discussione, GPL 3 è un vero e proprio sforzo comunitario. La licenza è stata presentata in una prima bozza a Boston nel gennaio del 2006. In seguito è passata attraverso una serie di presentazioni pubbliche e di dibattiti (pubblici e semi-privati), condotti sia con singoli sviluppatori e membri della comunità legata a FSF, sia con membri di altre comunità di programmatori esterne, come quelle di Apache, KDE, Samba… Ma la discussione ha direttamente coinvolto anche molte aziende (come Sun Microsystems, IBM, Novell e quasi tutte quelle legate al settore IT), all’interno di un processo inclusivo dove ognuno ha portato i propri interessi ed i propri punti di vista su cosa avrebbe dovuto divenire la nuova GPL. C’è stato quindi un dibattito anche molto acceso, a tratti, proprio per cercare di trovare una forma, all’interno della GPL, che prima di tutto non travisasse i contenuti originali e gli obiettivi della Free Software Foundation e del suo fondatore – Richard Stallman – ma che comunque non costituisse un blocco all’innovazione ed al fermento culturale che negli anni si sono creati intorno al software libero e al progetto GNU. I risultati di questo processo condiviso si vedono già dal buon accoglimento della terza bozza della licenza, che è stata presentata un mese fa e sulla quale si sta dibattendo in questi giorni, considerato il fatto che sarà certamente l’ultima bozza e potrà essere seguita solo da piccoli aggiustamenti, fino all’approvazione della versione finale, che dovrebbe uscire fra giugno e luglio di quest’anno.

JOB: Una domanda conclusiva: come potrà evolversi nei prossimi anni il mercato business legato al software libero e in che modo le comunità interagiranno in futuro con le aziende?
S. M.: In questo periodo sto seguendo da vicino proprio questo tipo di evoluzione del free software. È evidente che esiste un’integrazione sempre più forte fra le varie comunità legate al software libero e che si affacci oggi con chiarezza la possibilità di fare impresa basandosi su di esso. Nel mercato si vedono sempre più dei business model nuovi, moderni e a tratti fantasiosi, che però riescono a non distaccarsi dall’approccio eticamente corretto che la Free Software Foundation ha promosso e continua a promuovere. Il futuro sembra decisamente roseo. Il software libero oggi riscuote grande successo: siamo davvero su un’ottima strada.

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[via JavaOpenBusiness]

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